Settecento anni dopo, Lucca ricorda la “Battaglia di Altopascio” (23 settembre 1325) e la storica vittoria militare sull'esercito fiorentino: artefice del successo il condottiero lucchese Castruccio Castracani. Per l'occasione i Comuni di Lucca, Porcari, Montecarlo e Altopascio hanno organizzato celebrazioni. A Lucca proprio il giorno 23 la presentazione del documentario “Sulle orme di Castruccio” e il 25 al Museo della Zecca la conferenza “Chiesa e Impero al tempo di Castruccio”. Altopascio invece celebra la famosa ”Battaglia” nel corso di un'apposita giornata di studio il giorno 27, promossa dal Comune e dalla Deputazione di storia patria per la Toscana. Al convegno – dopo i saluti istituzionali del Sindaco Sara D'Ambrosio e del presidente della Deputazione Giuliano Pinto – sono previsti interventi di numerosi docenti: Mauro Ronzani dell’università di Pisa, Giuliano Pinto dell’università di Firenze, Duccio Balestracci, storico della Deputazione Toscana, Vieri Mazzoni ricercatore dell’università di Firenze, Alma Paoloni dell’università di Pisa, Michele D'Ascoli dell'Accademia senese degli Intronati, Renzo Sabbatini dell’università di Siena.
IL RACCONTO DELLA BATTAGLIA
Quella del 23 settembre per secoli è stata una data fondamentale per Lucca. Infatti 700 anni fa, in questa data, Castruccio Castracani ottenne la sua più grande vittoria militare infliggendo a Firenze la più grave sconfitta della sua storia. Da grande appassionato della figura del nostro Capitano e Signore voglio ricordarne una delle più sue grandi affermazioni descrivendo, a modo mio, la grande battaglia. La mia narrazione dell’evento sarà un misto di storia e fantasia giusto per cercare di coinvolgere il lettore in questo avvenimento storico che avrebbe potuto portare Lucca ad essere la città più potente della Toscana se non addirittura dell’Italia centro/settentrionale.
Da oltre tre mesi Castruccio si era asserragliato nella rocca del Cerruglio (attuale Montecarlo) da cui poteva controllare i movimenti del grande esercito che Firenze gli aveva mandato contro. Il suo cuore era affranto per aver dovuto lasciare 500 dei suoi uomini più fidati a difesa di Altopascio pur sapendo che di fronte all’enorme esercito fiorentino (si dice fosse composto da 25.000 uomini) poco avrebbero potuto resistere. Il loro era un sacrificio doloroso ma ponderato perché la loro eroica difesa avrebbe potuto consentire l’arrivo degli indispensabili rinforzi salvando Lucca.
Il 25 agosto il cielo sopra Altopascio si coprì di un fumo denso e nero causato dagli incendi appiccati ovunque dall’esercito fiorentino che dopo quindici giorni di duro assedio era entrato nelle mura della cittadina del Tau. A niente era servita la strenua difesa e il pensare che i fiorentini avrebbero risparmiato la storica sede dei cavalieri Ospitalieri del Tau, il Cardona era convinto che la sua presa fosse fondamentale per l’avanzata su Lucca e non si fermò davanti a nulla. Nonostante la vittoria le truppe fiorentine erano in condizioni disagiate perché Il caldo e la difficoltà di rifornire l’esercito di acqua fresca (la piana di Altopascio faceva parte della grande palude di Bientina) avevano scatenato un’epidemia di febbri malariche che mieteva centinaia di vittime. Il comandante fiorentino Ramon di Cardona, che aveva posto il suo campo sui confini della zona paludosa, si rese conto troppo tardi dell’errore decidendo di spostarlo in una zona più salubre sui colli di Porcari.
Era l’11 settembre e Castruccio, accortosi del movimento dei genieri avversari, mosse loro incontro scacciandoli ed infliggendo una prima sconfitta alle avanguardie fiorentine. Erano le avvisaglie della grande battaglia che si sarebbe combattuta di lì a pochi giorni e che i cronisti del tempo descrissero come la più sanguinosa mai combattuta in Toscana.
Ricevuti gli attesi rinforzi dei Della Scala di Verona, dei Visconti di Milano, dei Bonacolsi di Mantova e del Vescovo Tarlati di Arezzo, e preparato minuziosamente il suo piano di battaglia la sera del 22 settembre 2025 Castruccio convocò tutti i suoi comandanti dando loro le ultime disposizioni per lo schieramento dell’esercito ricordando che quella che si sarebbe combattuta l’indomani era la battaglia in cui si sarebbe deciso il futuro di Lucca: libera o schiava di Firenze.
Era l’alba del 23 settembre e i primi raggi del sole illuminavano la piana di Altopascio che appariva coperta da una fitta nebbiolina che si addensava lungo i canali della palude quando Castruccio, fatto spalancare il portone del Cerruglio, uscì alla testa del suo esercito composto da 15.000 fanti e 3.000 cavalieri. Nelle prime luci del mattino le bandiere sventolarono al vento e, accompagnata dal rullo dei tamburi, l’armata scese lentamente le balze del colle sino ad attestarsi presso l’antica Badia di Pozzeveri dove trovarono già schierato l’esercito della Lega Guelfa forte di 25.000 fanti e 5.000 cavalieri.
Nonostante la grande superiorità numerica i fiorentini si trovarono presto in grande difficoltà per la scarsa conoscenza del terreno della battaglia ricco di canali ed acquitrini dove la pesante cavalleria trovava difficoltà negli spostamenti. Le due armate si schierarono una di fronte all’altra studiandosi vicendevolmente. Sulla piana era calato un grande silenzio, interrotto solo dalle stridule grida degli uccelli di palude disturbati dalla presenza di tanti uomini.
Dopo un lungo periodo di studio e di attesa fu la cavalleria fiorentina a rompere gli indugi caricando il centro dello schieramento lucchese secondo una tattica cara al Cardona. Infatti il generale fiorentino aveva schierato una sua prima linea di “feditori” (cavalieri con pesante armamento che avevano lo scopo di spaccare la linea difensiva avversaria) seguiti da un contingente di 750 cavalieri all’ordine del suo vicecomandante De Borne a loro volta seguiti da un terzo contingente di cavalleria forte di 2500 cavalieri. La tattica era semplice e basata sulla maggior forza degli attaccanti : consisteva nel creare una sorta di rullo compressore al seguito dei feditori che, una volta sfondate le linee, potesse penetrare in profondità schiacciando ogni difesa.
Ma Castruccio qui dimostrò tutto il suo genio e anziché schierare il suo esercito in modo consueto mandò contro i feditori la cavalleria tedesca del Visconti che dopo un primo furioso scontro finse di ritirarsi per lasciare entrare i cavalieri guelfi nello schieramento. A questo punto mosse la sua cavalleria, posta sulle ali, che prese fra due fuochi gli attaccanti costringendoli a cercare di ritirarsi. Una volta riuniti tutti i suoi cavalieri e sorpassati i primi due gruppi della cavalleria nemica, i lucchesi si lanciarono al galoppo contro il centro dello schieramento guelfo protetto dal terzo contingente di cavalleria guidato dal Cardona. Questi, non aspettandosi la mossa, si trovò spaesato e anziché contrattaccare ordinò la ritirata. Fu il caos più tremendo, i cavalieri fiorentini chiusi dai loro stessi compagni e dai canali del padule non riuscivano a girare le loro cavalcature finendo preda dei lucchesi. Impossibilitati a combattere e pressati da Castruccio i cavalieri fiorentini si dettero ad una fuga disordinata lasciando il grosso della fanteria in completa balia della cavalleria lucchese. L’assalto della cavalleria lucchese aveva creato una situazione simile a quella accaduta a Campaldino nel 1289 quando, gli aretini sapendo di essere inferiori di numero avevano tentato un attacco deciso e imprevedibile. Ma stavolta le truppe fiorentine, non sono quelle di qualche decennio prima, ma composte per lo più da mercenari che sono i primi a darsi alla fuga.
I fanti si schierarono a difesa del carroccio di Firenze su cui suonava a stormo la campanella ma l’irrompere della fanteria ghibellina e dei suoi rinomati balestrieri fece dissolvere ogni resistenza. Chi potè si dette alla fuga, in modo disordinato e irrazionale. Molti sprofondarono nei molti canali del palude, altri cercarono di raggiungere Ponte a Cappiano dove sorgeva l’unico ponte che, attraversando il lago di Sesto, collegava con il territorio fiorentino. Ma Castruccio, prevedendo questo, già dal mattino aveva mandato le sue truppe a conquistarlo per cui quando i fuggiaschi vi arrivarono lo trovarono chiuso e ben difeso. Chiusi dall’acqua della palude e inseguiti dai lucchesi i guelfi di Firenze non ebbero scampo: narrano i cronisti dell’epoca che oltre 10.000 fiorentini morirono nella battaglia e quasi altrettanti furono fatti prigionieri (quando l’11 novembre Castruccio rientrò a Lucca li fece sfilare per le vie della città con in mano un cero che dovettero portare al Volto Santo).
Quella che nelle idee del Cardona avrebbe dovuto essere una vittoria facile e definitiva, nel giro di un’ora si trasformò in un disastro clamoroso. Alle 15 del pomeriggio la battaglia era finita, sulla piana di Altopascio regnava un grande silenzio rotto solo dai lamenti dei feriti. Lo spettacolo era deprimente: I canaletti della grande palude si erano colorati di rosso per il sangue dei guelfi morti e ovunque si potevano vedere cadaveri.
Castruccio, che attraversava pensoso il campo di battaglia, aveva sbaragliato il suo avversario spianandosi la strada fino a Firenze che, ormai indifesa, aspettava trepidante solo il colpo di grazia. Ma il colpo finale non le fu portato perché Castruccio decise di attendere l’arrivo dell’Imperatore per dividere con lui (come promesso) gli onori della vittoria. L’Imperatore invece tardò ad arrivare e, dato il sopraggiungere della brutta stagione (nel medioevo in inverno si combatteva malvolentieri per la difficoltà di muovere agevolmente truppe e rifornimenti) Castruccio decise di rientrare a Lucca rinviando la presa di Firenze.
Massimo Baldocchi
